Poesia briganta: “I centocinquant’anni” di Bruno Salvatore Lucisano

In un panorama di generale imbastardimento culturale, dove nessuno sa più cos’è la vera musica, la vera letteratura, nessuno sa più distinguere tra un buon film e un C-movie, noi terroniani vogliamo provare a far spirare un vento nuovo… un vento dal sud che porti pace, cultura… poesia. Le rivoluzioni si fanno nel cuore.

Inauguriamo la rubrica Poesia briganta, con le parole in vernacolo calabrese di Bruno Salvatore Lucisano. 🙂

I centocinquant’anni – di Bruno Salvatore Lucisano

Dinnu ca sta Calabria non decolla

Dinnu ca striscia sempri terra terra

Pari ttacata cu na forti colla

Pari ch’è devastata di na guerra.


Non servi i si llertati u cirivejju

E politici i si mandati scasci

Sunnu fantasmi intra nu castejju

Simu jju ssutta di pajsi mbasci.


Ma l’urtima ccasioni chi ndi rresta

Datu ca sutta terra caminamu

Mi pregamu tantu a Sant’Ernesta

Ca spiranza u petroliu mi travamu.


Pocu, pocu, mi spunta di catoja

Comu nta na magia comu d’incantu

Nomm’è assai pecchì sinnò i Savoia

Ccà turnunu e ndi fann’u culu tantu!

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2 thoughts on “Poesia briganta: “I centocinquant’anni” di Bruno Salvatore Lucisano

  1. Nel secondo rigo della mia poesia dovete togliere, se potete, “sta” che non c’entra nulla. “Dinnu ca striscia sempri terra terra” senza sta. Grazie. In seguito e con piacere se vorrete vi invierò delle altre poesie sempre in dialetto che riguardano la mia terra la terra di Calabria. Questo sito l’ho conosciuto tramite Paolo Cristiano.

  2. IL RITORNO DEL BRIGANTE

    Nacqui in una terra baciata dal sole
    Lambita dall’acqua e piena d’amore.
    Ella fu dai popoli nel tempo prediletta
    e tutti i regnanti dei loro territori
    la fecero reginetta.

    Da Lei ebbero i natali
    omini di menti illustri,
    che la storia non fece vetusti,
    e questi per la loro terra ringraziare,
    nel corso dei secoli la fecero prosperare.

    Ma un di dall’alpe lontano,
    giunse un omo col fucile in mano
    il quale col piombo e lingua fuggente,
    promise terra a chi non avea niente
    e, quando di tal promessa si resse fallace
    ai poveri ignari li mise alla brace.

    Col core spaccato da questo dolore
    S’erse Crocco pien di furore:
    <>.

    Molti furono gli omini da Crocco infiammati
    ma dai savoia furon ammazzati
    ed affinchè il suo discendente
    mai più si potesse ribellare,
    la deportazione,
    il savoiardo cominciò ad attuare.

    Terre, case e mestieri
    nel povero Sud non furon più veri
    ed ancor oggi, nell’era della globalizzazione
    parlar di lavoro è solo impressione;
    ma tasse dazi e gabelle
    se non le versi, ti mandan a Finestrelle.

    No! nooo, non nel modo che tu poi pensare
    ma tendendoti a casa alla berlina
    di chi si trova a passare.

    Svegliati padre lucano
    unisciti al pugliese, che da te non è lontano,
    Recatevi a Bronte dal Siciliano,
    passa da Serre per al Calabrese
    ricordare, che se siam uniti
    qualcosa di buono ancor si può fare.

    Quando tutti ci sarem riuniti
    alla volta di Roma marciare dovremo,
    passando da Porta Pia
    breccia di un Italia
    che mai fu resa mia.

    Canti e Vessilli in alto porremo
    mentre forte il passo a terra batteremo,
    tanto che la terrà si induca a chinare
    perché le Due Sicilie ritornano a lottare

    CAFAGNA FILOMENO

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