L’allenatore nel Pallone

Eccellenze che tornano alla Terronia: il caso del “Pallone di Gravina” e di Antonio Cucco

Prendo in prestito il titolo di un film, ormai famoso e divenuto per molti un vero e proprio ‘cult movie’,  in cui Lino Banfi interpretava il ruolo di un allenatore alle prese con le beghe e le vicende di una piccola squadra di calcio in cerca di affermazione, rendendo omaggio tra l’altro in maniera manifesta ad un reale personaggio, l’allenatore Oronzo Pugliese (in Oronzo Canà il riferimento è manifesto anche nel nome) originario di Turi, e dunque mio/nostro compaesano, figura semi-leggendaria per molti versi e che si distinse nel mondo calcistico del tempo che fu. Ma il ‘pallone’ cui vogliamo far riferimento è di altra natura, e anche l’allenatore, in questo caso, non è un maturo gentiluomo bensì un rampante giovanotto di origini murgiane. Andiamo per/con ordine…

Chi ha avuto, o ha, la possibilità di seguire Pino Aprile nelle sue comparsate in tv o nelle presentazioni varie ed eventuali (o anche, più semplicemente, di leggere il suo nuovo libro “Giù al sud“, di cui abbiamo già accennato nei post precedenti), avrà notato il caso del “Pallone” di Gravina e del suo “rivalutatore”, Antonio Cucco, descritti come epifenomeni del più grande (e misconosciuto) fenomeno “sotterraneo” di “rinascita” strisciante del sud. Strisciante perchè ancora non si vede chiaramente… non è ancora sulla bocca di tutti. Ancora… nessuno ne parla a gran voce. (Il che confermerebbe l’adagio zen: fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce; condoglianze all’albero… a noi, però, interessa la foresta).

Eccoci al caso. Antonio Cucco, esimio sconosciuto, ragazzo originario di Gravina di Puglia, si laurea in Italia come tanti, poi va a studiare e a perfezionarsi, in gergo a ‘masterizzarsi’ a Londra, e lì ad un certo punto si ritrova a lavorare come selezionatore di personale per i più importanti Istituti finanziari a livello mondiale. Carriera e stipendio da sogno assicurati.  Ma ecco che arriva l’inghippo/intoppo: pare infatti che, così almeno narrano le cronache, bazzicando in giro per il mercato, non quello finanziario ma più semplicemente quello alimentare nei pressi della City, il giovane pugliese constata che sulle bancarelle ci sono cibi, leccornie, vivande, delizie che arrivano da tutte le parti del mondo. ma non dalla Puglia. E gli parte in testa un pallino, che presto diventerà un pallone.. infatti torna nella natia Gravina e, attraverso varie vicissitudini, mette in piedi un progetto coi fiocchi (e controfiocchi)… certificazione prima PAT , poi DOP, per un prodotto che egli scopre essere unico al mondo…

Attraverso studi e ricerche “multinazionali” scopre che quello che assaporava da ragazzo è un formaggio tradizionale dell’area Alta Murgia-provincia di Matera, con lavorazione simile a quella del caciocavallo dalle origini remote. E rinviene fonti storiche che documentano il “Pallone” (eccolo) come prodotto tipico e degno di nota del fu Regno delle Due Sicilie, rispettivamente nell’enciclopedia agraria del Regno di Napoli del 1859 e nel Lectures on Agricultural, Chemistry and Geology (Edimburgo e Londra, 1847). E, addirittura, in tombe risalenti al neolitico son stati rinvenuti antichi gratta-cacio, attrezzi con la funzione specifica per la lavorazione del cacio (o “paleopallone…?” come lo definisce Pino Aprile?).

Il ‘pallone’ di Gravina, turgido provolone prodotto senza additivi e con un peculiare processo di lavorazione artigianale, diviene quindi il “core business” da sviluppare. Antonio dimostra l’antichità, il valore ed il pregio del prodotto, mette su un marketing che attira svariati artiigiani del latte del territorio e parte alla conquista del mercato. Dà inoltre avvio a progetti di marketing digitale, creando un brand chiamato Murgiamadre, per supportare l’azione di mercato delle aziende presenti sul territorio, coniugando in tal modo due mondi apparentemete distanti, quasi agli antipodi: new economy, virtual design e il prodotto caseario naturale post-neolitico. Una sintesi che ha del geniale. Da allora la storia è proseguita, e grazie anche a Pino Aprile (di seguito indichiamo i link dei video cui si fa riferimento) e alla sua opera di divulgazione, sta diventando un caso emblematico di una nuova forza dirompente che sta trasformando il sud. Ma non solo.

Ecco un altro degli innumerevoli esempi che noi di Terronia, e, oltre noi, altre realtà, stiamo cercando e valorizzando: un sud in controtendenza rispetto ai pregiudizi e i paradigmi vigenti. Spesso sono realtà sparse, che non si conoscono, che ancora stentano a fare rete… ma… ancora… per poco. E’ l’era della rete per definizione qualla in cui ci troviamo. Non possiamo non sperare che questa, che stiamo vivendo e vedendo, sia la nascita della radice del sud, dell’Italia, del mondo che vorremmo. Che sarà…

Postfazione dell’Arcuato

La storia che ha portato Antonio Cucco alla creazione di Murgiamadre (link al sito) è una storia emblematica di quello che sta accadendo in vari luoghi del sud, esempio che qualcosa sta radicalmente mutando nella nostra realtà. La vicenda mi tocca nel profondo, in quanto posso vantare, o rivendicare, o constatare  – se preferite – un analogo iter (studiorum umanumque….) personale (colgo l’occasione per fare un po’ di outing/promozione/confessione umana e sentimentale…): anch’io mi sono laureato in Italia, a Bari, poi sono ‘emigrato’ a Firenze – pur di emigrazione si tratta-va – poi varie vicissitudini mi hanno portato a Londra, dove ho vissuto e lavorato, poi di nuovo a casa per un Dottorato in Traduttologia, chiara e limpida/lineare prosecuzione di un percorso di studi e lavoro a banda passante, con gli estremi costituiti da Facoltà di Lingue e Letterature Straniere e Scuola di Management e Business Organization ..c’è di mezzo infatti un Master in Management, Scuole varie di Comunicazione e Psicologia dei Tipi Cognitivi, esperienza gestionale aziendale, insegnamento universitario, lavoro coatto in strutture alberghiere nazionali ed estere, esperienze ed approfondimenti di Marketing e Copyright, bracciantato agricolo, assemblaggio di personal computer, manovalanza nella ristorazione, e qualche altra minuzia qua e là.

Perché sono tornato, a un certo punto, al natìo borgo selvaggio invece di piazzarmi a Westminster, come avevo fatto, e lanciarmi nella movida londinese del lavoro, degli affari, del divertimento e della social life, me lo chiedo ancora adesso. E segretamente mi accorgo, col senno di poi, di condividere le motivazioni di Antonio (l’omonimia non deve essere una semplice e fortuita coincidenza)…

Sono rimasto infatti piacevolmente sorpreso nel constatare nelle affermazioni di un giovane trentenne le stesse motivazioni che avevano spinto me, enucleate con una maturità e una chiarezza che io certo ancora non avevo: Antonio parla di ‘consapevolezza etica‘ del proprio lavoro, di giustizia sociale e liberalità di intenti come valori da anteporre al guadagno, alla speculazione, al tornaconto personale. Dice in sostanza di esser voluto tornare perché alla qualità del lavoro nella City – the richest square mile on Earth/ever– non corrispondeva la necessaria qualità della vita personale (e non credo sotto il profilo economico, ma più verosimilmente sotto quello spirituale ed emotivo..), perché la ricerca ossessiva del guadagno e la logica speculativa aziendale non andava d’accordo con le sue inclinazioni caratteriali e personali; e perché sentiva l’esigenza, e l’ambizione, di poter fare qualcosa di straordinario a casa sua.

Come dargli torto e non togliersi il cappello di fronte ad una tale lucida esternazione di motivazioni inoppugnabili, a dispetto di chi lo definirebbe un ‘fesso’ per essersi lasciato scappare un’occasione di prestigiosa e remunerativa connivenza con l’apparato finanziario più prestigioso al mondo.

Anch’io nel mio piccolo sono sfuggito al canto delle sirene del London Bridge, per motivazioni non dissimili. E pure vado – armato di retino – a caccia di Chimere, e mi nutro di eroici furori e voli pindarici, tentando di inseguire la mia riottosa Musa e di realizzare ostinatamente la mia natura irriducibile, a dispetto dell’ostinata diffidenza del comprensorio.

Vivere fuori mi ha aiutato a crescere, a mettere a fuoco me stesso in tutti i sensi, ad affinare capacità ed abilità che nemmeno sapevo di avere. Ma non rispondeva a tutte le domande e alle esigenze che incessantemente emergevano ad ogni svolta di percorso. Mi sentivo fuori posto, fuori spazio. Ero sempre alla ricerca di qualcosa, che mi sfuggiva.. e non era, né è, a mio avviso un fenomeno facilmente etichettabile, come insulsamente ho sentito ripetere da illuminati mentori dell’umana esperienza, utilizzando categorie quali ‘mammonismo’ ‘bamboccionismo’, ‘puerile nostalgia domestica’, ‘incapacità di affrontare le difficoltà e di adattarsi al nuovo’…

Li avrei voluti vedere, cotali illuminati, a superare le difficoltà che chi ha avuto esperienze del genere – chi è andato a cercarsi e a trovarsi lavoro a 3000 km da casa – in un paese dalla lingua, cultura, usi e costumi diversi, ha dovuto superare… è l’ennesima riprova di quanto chi parla senza cognizione di causa, esperienza personale, profonda umana consapevolezza sia responsabile di inutile e fastidioso inquinamento psico-acustico, e auspicabilmente soggetto alle vigenti normative di legge in materia di disturbo della quiete pubblica, schiamazzi notturni e diurni e superamento dei limiti di emissioni acustiche, e aggiungerei ‘di fumi di scarico’, nell’ambiente pubblico.

Chi torna nelle propria terra, a dispetto anche di una sorta di comune buon senso e al di là di ogni logica e condivisibile constatazione, invece spesso sente la necessità –  a mio sindacabile avviso – di ritrovare un filo, una sotterranea sorgente connessa alla propria esperienza umana e, oserei, spirituale. Sente una profonda connessione, spesso scomoda e difficilmente esplicabile o comprensibile, con la propria terra, le proprie origini, cultura, tradizioni, usi e costumi. E sente l’esigenza insopprimibile di confrontarsi con tale eredità come necessario percorso di crescita e sviluppo personale.

Come ha giustamente messo in rilievo Pino Aprile, si tratta di fenomeni di portata epocali, alcuni di essi – per loro natura- unici al mondo, e segno inequivocabile che è in atto un processo di trasformazione, di ‘mutazione’ vera e propria che sta incidendo profondamente sullo sviluppo e sul futuro non solo di un territorio in particolare, ma dell’intero pianeta.

Ci sono (parlando nello specifico della nostra area) dozzine di esempi in tal senso, e i casi sono ancora in fase di moltiplicazione, e, meglio ancora, stanno iniziando a fare rete, cosa che da 150 anni a questa parte è stato il tallone d’Achille in particolare della nostra storia territoriale, gettando in tal senso le basi per un’evoluzione dalla portata ancora non prevedibile, ma sicuramente sostanziale. Permettetemi di dire che finalmente mi sento meno solo, perché in ottima e abbondante compagnia, nelle scelte fatte, e ulteriormente spinto, e fieramente motivato, a proseguire nel cammino che tutti insieme, a piccoli ma decisi passi, stiamo tracciando verso il futuro …

Link ai video indicati:

Dai primati alla recessione – viaggio nei destini del sud    –   di Kanjizaibo  (Pino Aprile e altri autori a Gaeta)

Pino Aprile “Giù al sud” – al Petruzzelli, Bari   –   di Kanjizaibo

Storie d’Italia di Corrado Augias – RAI 3 con Pino Aprile

by Angela Teresa Girolamo & L’Orco solitario

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3 thoughts on “L’allenatore nel Pallone

  1. Bellillaaaaaaaa storia!!! L’Orco solitario, che credo sia quello i cerca di chimere, che si attrezzasse a creare una rete nel SUD che possa imbrigliare le tantissime peculiarità locali e promuoverle come le “perle rare” dal web, nel mondo.. Non è necessario creare grandi cooperative, fino a quando il mercato farà man mano le sue scelte.. È il web il nostro grande veicolo!

    • Risponde l’Orco solitario (:-)): progetto avviato. Resta connessa perchè ne vedrai delle belle… 😉
      Risponde Angela: grazie 🙂 e grazie a Pino Aprile che divulga queste storie… noi faremo la nostra parte, ciascuno a suo modo… un caro saluto dai terronians!

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