Addio ad “un figlio di due culture”, con la tristezza nei… cervelli (in fuga)

Il giovane Renato Dulbecco

Lo scorso 20 Febbraio 2012 abbiamo perso uno scienziato con un curriculum lungo un papiro: Renato Dulbecco, medico e genetista, che non disdegnava fisica e chimica, il quale si definiva “figlio di due culture” (cfr. Scienza, vita e avventura.Sperling & Kupfer, Milano, 1989). Infatti quest’uomo “serio ma gentile” (come lo definisce Paolo Vezzoni del CNR di Milano in un’intervista per Repubblica.it) e che era stato una “matricola dagli occhi nerissimi, con l’aria trasognata ed assorta” (come invece lo ricorda Rita Levi Montalcini, sua grande amica), era nato a Catanzaro il 22 Febbraio 1914, da madre calabrese e padre ligure. La sua “seconda” cultura la assorbe dall’età di cinque anni quando si trasferisce, dopo la fine della prima Guerra Mondiale nel paese natale paterno, la ligure Poggi, frazione della futura Imperia.

Da qui in poi segue un’escalation di successi, avventure e disavventure (la campagna di Russia sul Don come ufficiale medico, l’impegno antifascista, la carriera politica in cui si accorse presto delle insidie e le contraddizioni partitiche, per cui mollò subito…) e la sua dedizione alla ricerca: distintosi fin da studente, fra internati e premi prestigiosi in sede di laurea, ancora indeciso se dedicarsi all’attività clinica o la ricerca pura, fu catturato da quest’ultima, tanto che si diede anche agli studi di Fisica e infine fu chiamato negli Stati Uniti (1947, Università di Bloomington) dove potè dare miglior sfogo alla sua sete di sapere al fianco di Salvador Lauria.

Il carnet delle conquiste scientifiche è pieno: la sua voglia di capire l’origine dei tumori e la necessità di una terapia “personalizzata” per ciascun paziente gli valsero l’appellattivo di “avanguardista”: si diede allo studio dei fagi (virus dei batteri) e di come i virus possono modificare il DNA e causare tumori, studiò le modifiche del DNA dovute a radiazioni, isolò il mutante del virus della Poliomielite che permise a Sabin di ottenere il famoso vaccino antipolio OPV (che sostituì in gran parte del mondo il precedente IPV o vaccino inattivato di Salk), ispirò e diede impulso al Progetto Genoma, che vide poi la collaborazione di Istituti a livello internazionale per la sua messa a punto…

Renato Dulbecco con Fabio Fazio al Festival di Sanremo del 1999

Insomma, un sacco di roba interessante… e tutto questo gli valse il Premio Nobel per la Medicina nel 1975, insieme a due suoi collaboratori, che erano stati suoi allievi, David Baltimore e Howard Temin.

E oggi che ci ritroviamo a “commemorare” quest’immensa figura della scienza mondiale, che, chissà, forse non a caso è nato nella nostra penisola, e forse non a caso è stato “figlio di due culture”, ci troviamo altressì a considerare che quest’uomo è morto a La Jolla, in California, dove ha lavorato al Salk Insitute, e non a Catanzaro o Imperia, o Torino… e, altrettanto tristemente, ci ritroviamo a considerare che le parole di cordoglio di circostanza delle alte cariche di questa Nazione Italia, che diventa sempre più banana e sempre meno repubblica, scivolano collose e fastidiose come un chewingum troppe volte masticato, semidigerito e troppe volte incollato sul muro:

“L’ingegno e la tenacia dei suoi studi pionieristici costituiscono uno stimolo affinché il nostro Paese sappia, con coerenza, continuare su questa strada e valorizzare appieno le proprie migliori risorse intellettuali” dice Giorgio Napolitano.

Il suo lavoro e il suo impegno “continueranno a ispirare il lavoro delle nuove generazioni di ricercatori“, dice Gianfranco Fini.

“Al cordoglio per la scomparsa dello scienziato si unisce la certezza che la sua figura resterà un punto di riferimento per coloro che, soprattutto se giovani, decidono di dedicare la propria vita alla ricerca scientifica“.  dice Mario Monti.

E a noi non resta che dire: cari signori, quali risorse intellettuali? Quelle che staccano il cervello e lo fanno correre all’estero? Quali nuove generazioni di ricercatori? Quelle che devono combattere con “i figli di” per avere un posto (una cattedra??? Troppo sperare…) e quando lo trovano devono far ambarabàcicìcocò tra l’affitto-mangiare-un figlio perchè tutt’e tre le cose insieme con lo stipendio che pigliano non si possono fare? E quali giovani, signor Monti, potrebbero oggi dedicare la loro vita alla ricerca scientifica, in Italia? Ah, ho capito: quelli che possono vendersi un rene al mercato nero.

Dispiace che non si colga l’occasione del ricordo di quest’uomo straordinario come un impulso a sostenere la scienza, la ricerca ed i giovani, i loro sogni ed il loro futuro in Italia, visto che ogni giorno ci riprova che questo Paese dalle mille culture, questa Terronia tutta intera, non si sa come i suoi figli continua a farli eccellenti… e con le gambe ancora e sempre troppo lunghe.

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