Energia dalla Terronia: Eccellenza o Bidone? Boh…

Discussione sui pro e contro di un boom (non) sospetto

Giacchè gli argomenti son tanti e succulenti, questo bel capitoletto sull’Energia (produzione & co.) della Terronia sarà diviso in tre parti:

Puglia e Sicilia

Campania, Calabria e Basilicata

Maxi Sorpresona finale coi fiocchi (chenonvelapoteteperdere)

La sensazione è che le potenzialità del Sud in termini energetici sarebbero talmente tante (troppe) da non sembrare vere. Il bravo meridionale DOC è abituato a pensare: “Sì… ma dov’è la fregatura?”

Andiamo per ordine: Parte1 – Puglia e Sicilia

Stando al numero di Giugno scorso del mensile “Il Sud” (sede Palermo, direttore Salvatore Carruba), il Mezzogiorno non solo è già un polo energetico indispensabile per l’intera penisola, ma nell’ottica delle energie rinnovabili è anche già all’avanguardia rispetto al resto d’Italia e non solo. In cifre:

52 mila MW: fabbisogno energetico annuo dell’Italia tutta

15 mila MW: domanda energetica massima del sud, di cui vengono effettivamente consumati ogni anno 8 mila MW

40 mila MW: energia prodotta ed erogata in totale dagli impianti, tradizionali e da fonti rinnovabili, nel Sud.

Vale a dire: che basta ampiamente per l’autosostentamento energetico, e ce n’è a sufficienza anche per una bella fetta d’Italia.

Le regioni più all’avanguardia risultano Sicilia e Puglia, avvantaggiate rispettivamente:

– la prima perchè dirimpettaia del vicino Magreb e punto di snodo dei gasdotti da Libia (???) e Algeria

– la seconda perchè farà da sponda per i metanodotti dal Mar Caspio. [fonte: “Mezzogiorno ad alta tensione” di Antonio Schembri, “Il Sud” – Giugno 2011]

Quindi anche la geografia un pochino aiuta.

Quali sono gli inghippi allora?

Inghippo numero uno: servirebbero investimenti nei sistemi di accumulo di energia. Perchè se produco tanta energia ma a me personalmente non serve, o, peggio, non ho una rete di distribuzione che mi permetta di utilizzarla tutta, quella che non riesco a usare/distribuire va persa. In tempi critici come questi è uno spreco tale da mangiarsi le mani. L’accumulo allora mi serve da “storage”, riserva, buona anche per la vendita.

Inghippo numero due: servirebbero, appunto, investimenti sulle reti di distribuzione e di collegamento elettrico. Qualcuno, infatti (Edgardo Curcio, presidente Aiee, Associazione degli economisti dell’energia), si è preso la briga di calcolare che “le carenze di collegamenti elettrici al sud pesano sul costo della bolletta di almeno il 10% in più”. Altro inghippo, che in tempi critici come questi, fa rosicare oltre che le mani pure i piedi.

Inghippo numero tre: diversificare le fonti di approvvigionamento. Cioè: non fissarsi solo sul solare o sull’eolico, ecc, ma andare anche sulle biomasse (come sta accadendo in Calabria – e lo vedremo meglio nella prossima puntata), o – udite udite – sui tanti controversi rigassificatori.

Proprio in Sicilia (e in Puglia) sono in progetto – e le autorità locali li avversano come la peste e la morte – a Porto Empedocle e a Brindisi due impianti di questo tipo: su questo punto Stefano Clerici, economista del gruppo Agici Finanza d’Impresa e curatore dell’”Osservatorio sui costi del non fare”, ci dice che “Non costruire questi impianti genererebbe aumenti nel costo della bolletta nei prossimi 13 anni, dell’ordine di 2 miliardi di euro”.

Perchè non li vogliano costruire, è una colpessa questione politico-ambientalista (di cui forse un giorno parleremo)… l’autore dell’articolo (dal quale ho tratto dati numerici e citazioni) sosterrebbe che una parte del problema sarebbe la famosa sindrome Nimto, Not in my term of office… vale a dire “finchè il mio culo staziona sulla poltrona, gentilmente lasciate che me ne lavi le mani”….

– Siamo all’inghippo numero quattro, il più brutto e fastidioso: l’inquinamento.

Nell’articolo di Lelio Cusimano [La Sicilia dà energia e si tiene lo smog] l’attenzione vien data tutta all’isola a tre punte, ma la Basilicata in tema qualcosa da dire l’avrebbe anche lei…

La Sicilia dunque viene presentata da Cusimano come l’Eldorado italiano dell’energia: il 40% della benzina e del gasolio usati in Italia vengono, infatti, dalla Sicilia, importante stazione di raffinazione e di aziende petrolchimiche (riceve ogni anno 24 miliardi di metri cubi di gas dal più importante metanodotto marino italiano), a cui si aggiungerebbero i famosi “rigassificatori” in progetto. Quindi ci aspetteremmo che la Sicilia sia un paradiso… ma non è così, per due ragioni:

1)      La rete di distribuzione (ari-daje) essendo incompleta e obsoleta causa una perdita sulla linea di circa il 10% di energia prodotta, rispetto al 6% che è la media nazionale: ancora sprechi – esaurite le mani e i piedi, attacchiamoci ai gomiti…

2)      Le emissioni di CO2, alias anidride carbonica, sono superiori rispetto a quelle nazionali, e provengono tutte dagli impianti di raffinazione e petrolchimici: ecco che la carota si è trasformata d’un botto in bastone. E dire che l’Europa – ricorda Cusimano a fine articolo – predicherebbe la sicurezza delle infrastrutture energetiche, come protezione dagli attacchi terroristici e dalle calamità naturali… Fukushima docet (leggere che non siamo capaci di gestire al meglio le strutture energetiche attuali in un Paese che con tanta disinvoltura voleva gettarsi nel nucleare è tutto dire…).

Quindi la Sicilia non solo esporta energia ma non la usa per se stessa al meglio, la paga anche di più (per gli sprechi e le perdite sulla linea), e due volte, in costi di impatto ambientale. Doh!

La turbina "Kobold" nelle acque dello Stretto di Messina

Sempre in Sicilia però una buona notizia di “Eccellenza” ce la dà ancora Cusimano [“Energia dalle correnti marine”] riportando l’esempio di un progetto sperimentale che sta avvenendo nelle acque dello Stretto di Messina, per mezzo di una particolare turbina con tre pale immerse nell’acqua capace di produrre energia sfruttando le correnti marine: la turbina ha nome di “Kobold”, in onore di un folletto buono delle saghe nordiche, nell’ambito del progetto ideato dall’armatore Elio Matacena, presidente della società “Ponte di Archimede”, e messo in atto dal sistema Enermar dal 2006 al largo di Ganzirri.

progetto di design della "Cappello Alluminio"

A Ragusa poi ha preso piede un’altra novità da Eccellenza: la bioedilizia. Il gruppo “Cappello Alluminio” infatti, con una produzione di oltre 20 MW e un fatturato annuo di 28 milioni di euro, ha brevettato un sistema di costruzione di edifici a totale produzione di energia solare: si parte dal tetto “solare”, poi alle facciate fotovoltaiche ventilate a captazione solare (che fungono anche da coibentanti per il riscaldamento in inverno) e frangisole fotovoltaico orientabile per finestre e facciate.

Infine a Catania una joint venture tra Enel, Stmicroelectronics e Sharp, avvierà entro il prossimo autunno la produzione di pannelli fotovoltaici a film sottile.

Quindi… chissà, magari il futuro “verde” della Sicilia potrebbe salvarla dalla CO2 e gli sprechi…

Ma passiamo alla Puglia.

Nell’articolo [Rinnovabili, la grande abbuffata] del nostro caro amico Lino Patruno, si legge con sentimenti contrastanti che negli ultimi anni la Puglia ha superato e anticipato le previsioni circa l’autosufficienza energetica, ma… ma sembrerebbe non saperla metterla bene a frutto.

Campo "solare" in PugliaCon ordine: la gran disinvoltura con cui Comuni e Province hanno rilasciato concessioni ha fatto sì che nel 2009 si superasse la produzione di energia che era prevista per il 2016. Così in Puglia anzicchè coltivare ulivi e ciliegi, tra un pò coltiveremo solo pannelli solari. Ma:

1)      A giovarne sono state soprattutto le grosse imprese ed aziende, che pur rimpinguando le casse di Comuni e Province, con le royalties da fame che rilasciano, guadagnano ricavi da paura, che non restano e non vengono investiti nel territorio.

2)      Per la manutenzione degli impianti non serve molta mano d’opera, per cui non creano occupazione.

3)      Le rete di distribuzione è insufficiente (ma va?) per cui assistiamo ancora a quei famosi sprechi: energia prodotta, e buttata… tanta che non sappiamo che farcene (ma Patruno avverte che Enel e Terna si stanno attrezzando per investire in tal senso… speriamo).

4)      Deturpamento del territorio e del paesaggio, che ha costretto Niki Vendola e giunta regionale a porre dei vincoli in tal senso.

5)      Le famose grandi aziende che detengono il grosso della produzione energetica eolica e fotovoltaica, non solo pagano royalties da barzelletta, ma non pagano neppure tasse al territorio dove producono l’energia, bensì al nord, dove hanno sede legale (e di questo dobbiamo dire tante grazie all’attuale governo e a quei simpaticoni della Lega che con il loro “Federalismo fiscale” ce l’hanno messo in quel posto alla grandissima).

6)      Eco-criminalità. Si sa, quelli sono come i sorci: dove sta da mangiare, proliferano. Nel buio e nella sozzura.

Ma l’assessore regionale all’Ambiente, Lorenzo Nicastro, dice “piccolo è bello” (concetto quanto meno discutibile, in base ai contesti): cioè, se si prediligessero impianti piccoli, e in mano ai privati, si avrebbe più occupazione, più soldi che restano nel territorio, e minore impatto ambientale.

Energie pulite, Sprechi, inquinamento, obsolescenza, sfruttamento del territorio senza ritorni d’investimento e benefici… sarà tutt’oro o ruggine quel che offusca la vista? Chi vivrà vedrà.

Fine prima puntata.

Alla prossima. (Campania, Calabria e Basilicata)

di Angela Teresa Girolamo

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