Un giorno di consapevolezza, Luigi Angiuli, Lino Patruno e… Terronia

Ovvero: RISPONDETE ALL’APPELLO

4 Maggio 2011. Quando la sveglia squilla il cielo che s’intravede oltre tapparella è inequivocabilmente grigio. Certo non sembra iniziare nel mogliore dei modi, ma i piedi escono svelti dal letto lo stesso: è una giornata speciale.

Lo senti nel friccicore sulla pelle, nel cuore… finalmente, dopo tanta allibente retorica, si dà spazio alla voce alternativa. La voce finora rimasta muta e… a Bari! Non a Napoli, dove il fermento revisionista è incandescente, o in Sicilia o in Calabria dove i fuochi del sud si espandono a macchia d’olio… no. In Puglia, dove i basilischi sono duri a morire. Dove sembra che ogni voce debba cadere nel vuoto. Nell’Università di Bari, dove tanti e tanti insegnanti laureatisi e formatisi hanno studiato una storia falsa, una storia d’Italia ipocrita e di comodo. Ignorandolo.  Dove per anni il professor Tommaso Pedio (docente di Storia Moderna) aveva unito l’attività accademica a quella di missione: pulire dai soliti luoghi comuni stantii la storia dell’800′ italiano e in particolare riabilitare il fenomeno del brigantaggio. Scrisse circa quaranta libri sull’argomento, ma fu estromesso dall’establishment universitario. E morì incazzato e offeso.

Ti pizzica lo stomaco e tremano un pò le ginocchia quando vedi davanti a te Luigi Angiuli, un monumento vivente del teatro, con cinquant’anni di carriera alle spalle, un curriculum vitae che farebbe impallidire Shakespeare: attore, drammaturgo, studioso, direttore artistico e fondatore della compagnia teatrale/associazione culturale “Il vello d’oro”, nella sua vita ha messo in scena di tutto, e in questo giorno speciale è lui il motore del convegno, “La giornata della consapevolezza”, relatore e presentatore della sua opera “Briganti e piemontesi“.

Ti pizzica lo stomaco e tremano un pò le ginocchia quando ti ritrovi di fronte Lino Patruno, di cui hai appena finito di leggere il libro…. e che devi intervistare davanti alla telecamera… “a braccio”!!! (Sì, lo so… avrei dovuto prepararmi un canovaccio… ma che volete, in certe circostanze io mi abbandono alla voce dell’Omino che mi sembra di avere nel cervello: mi pare che l’omino sappia sempre cosa fare e cosa dire, e allora mi basta ascoltarlo e fare come mi dice) e l’intervista va benissimo, poi passo al signor Angiuli, infine mi intervista “Apulia Channel”, (i video delle interviste saranno, appena montati, disponibili su internet e sul nostro canale youtube).

Inizia il convegno: vado a sedermi dietro, tra Valentina, Emma e Tony (che ha portato i primi bigliettini da visita di Terronia). Intorno a noi ragazzi di scuola superiore, per la maggior parte ragazze, e alcuni studenti universitari, più avanti studiosi, professori e visitatori. Ad apertura convegno c’è l’esecuzione di “Brigante se more” di Eugenio Bennato… molte ragazzine non capiscono… ridacchiano.. forse (giustamente, anch’io all’età loro avrei reagito così) non sanno nemmeno chi è Eugenio Bennato.

Cominciano ad esporre i relatori: per primo Lino Patruno che presenta il suo libro, “Fuoco del sud“, e “non dice” tutto quello che “non deve essere detto” sul Risorgimento e compagnia bella (Praeteritio eccelsa, dall’ottimo comunicatore che è, come ho avuto modo di considerare prima da lettrice, poi da ascoltatrice), o meglio finge di “non dire”… seguono i relatori Leo Lestingi che fa un excursus sulle ipotesi di Italia federativa preunitarie, dei perchè e i per come un’Italia si doveva fare, ma nel modo più giusto rispetto a quello poi scelto passando per i vari Cattaneo ecc., infine Sebastiano Gernone sul reale volto del brigantaggio, discorso a cui si è accodato Angiuli sottolineando le figure dei Manutengoli, cioè i presunti conniventi delle bande che in realtà erano tutti, o quasi, parenti o amici stretti dei briganti che, vuoi per amore vuoi per compassione e concordia nell’ideale di insorgenza, giustamente li aiutavano… ma i ragazzi, non avendo mai letto una storia diversa da quella del libro di testo si guardano in giro spaesati, quasi annoiati… forse si chiedono “ma che ci sono venuto a fare?”.

Io fremo. Vorrei parlare a quei ragazzi. Gridare loro “E’ di voi che stanno parlando! Del vostro presente e del vostro futuro! Dei sacrifici dei vostri nonni e dei vostri padri! Lo so… è difficile snebbiare la mente e aprire le orecchie e percepire il messaggio tra fiumi di parole in accademichese e date e nomi sconosciuti… ma tutto questo non ha senso sui libri se non capite che parla di voi! del vostro sangue e della vostra pelle!”

Volevo dirlo. E l’ho detto. Ho prestato ascolto all’Omino nel cervello, e lui ha preso in mano il microfono e ha parlato. Non ricordo cos’ho detto di preciso, ero quasi in trance… stavo parlando col mio cuore, il cuore che le notti in cui leggevo Pino Aprile sanguinava e piangeva a dirotto come se vi fosse stato rigirato un pugnale da tempo conficcato. Senza che io ne fossi consapevole. Ricordo solo che Lino Patruno alla fine mi ha persino voluto dare un bacio e che quando son tornata dietro, tra quelle stesse ragazzine che fino a due secondi prima fremevano per tornarsene a casa, elle mi guardavano con stupore e annuivano e sorridevano… mi chiedevo “avranno capito?”. Spero con tutto il cuore che le loro insegnanti vorranno leggere loro Pino Aprile, e Lino Patruno e Michele Bisceglie magari (che è un libro arci-adattissimo per gli studenti delle scuole… lo consiglio con tutto il cuore). E mi auguro che se leggeranno queste parole vorranno contattarci o contattarmi, per restar in contatto e comunicare. E che le insegnanti ne parlino con loro e che insieme cerchino di capire.

Che noi, il sud, da 150 anni lo stiamo prendendo in quel posto: che ci hanno insegnato che prenderlo in quel posto per noi è e deve essere normale, perchè è così da sempre… mentre oggi, conoscendo la vera storia dell’epoca borbonica e unitaria e postunitaria, possiamo capire e prendere consapevolezza del fatto che

1) non è sempre stato così

2) ne abbiamo prese fin troppe, per troppo tempo, in quel posto. Ed è giunta l’ora di far vedere che non siamo sempre addormentati, che non siamo pigri e inetti, svogliati e idioti, stupidi e annebbiati: è giunta l’ora di svegliarci, e di unirci e di ricostruire quel futuro che era segnato nel nostro DNA: un futuro di sviluppo, energia, tecnologia, arte e creatività, imprenditoria e industria, cultura e ricchezza. Ce l’abbiamo già nel sangue e nella nostra storia, non abbiamo bisogno di andare a cercare altrove qualcosa che abbiamo già.

Grandi lo siamo stati una volta; poi ci hanno fatto credere per oltre un secolo il contrario. Ora è giunto il momento di prendere coscienza che possiamo tornare ad esserlo. E ne abbiamo tutti i numeri.

Nel pomeriggio, con una platea rinfoltita di Universitari, hanno ripreso la parola Angiuli, Santoliquido che ha fatto un’interessantissima disquisizione socio-economica sul rapporto popolo-clero nell’800′ meridionale, sfiorando l’argomento spinoso della “possibile” concausa filo-massonica (Protestante) di disprezzo verso il Regno delle Due Sicilie, e quindi dell’internazionale volontà di farlo fuori, o meglio “assoggettarlo”, proprio perchè Regno filo-papale (con eccidi di preti e suore nel mucchio). Poi Marisa Ingrosso sull’annoso e sconosciutissimo argomento delle deportazioni (mirabile lo studio da lei fatto sulla corrispondenza dell’allora ministro degli esteri con Inghilterra, Portogallo eccetera, a comprova della volontà di “sterminare” sistematicamente i meridionali, anni prima del progetto nazista contro gli ebrei… avremmo potuto essere gli antesignani della Shoah, ma per qualche filino ce la siamo scampata… a tal proposito avevo postato sul sito o sul blog un articolo dell Gazzetta del Mezzogiorno proprio su questo argomento e proprio di Marisa Ingrosso) e dei lager savoiardi di cui l’emblema è Fenestrelle dove 35000 uomini meridionali, ex soldati borbonici, furono detenuti e mai tornarono a casa (la speranza di vita là era di tre mesi, per finire nelle vasche – ancora presenti – dove i corpi venivano squagliati con la soda caustica… tipo Auschwitz). Punti sui quali avrebbe forse dovuto essere più incisiva… infine la grande delusione: Enrica Di Ciommo: il suo doveva essere un resoconto complessivo sul Risorgimento, ma ha attratto le ire di tutti i presenti quando ha parlato (senza evidente cognizione di causa) di mancanza, da parte dei “Borboni” (ahhhhhhhhhhhhhh!!!!) di un’attenzione allo sviluppo della cultura che, secondo lei, era stata una delle ragioni dello sfaldamento del Regno. Per fortuna l’hanno quasi sbranata sul posto gli altri relatori e alcuni dotti del pubblico… infine Tony ha cercato di intervenire dicendo “Non riusciamo a capire fatti di oggi, come possiamo sperare di dirimere controversi fatti di 150 anni fa? E poi: i dati. Chi te li ha dati “i dati”?” Sappiamo benissimo quale becera campagna mediatica e scolastica anti-borbonica e di damnatio memoriae sia stata perpetrata negli ultimi 150 anni, che tutte le pubblicazioni dell’epoca e postunitarie erano pagate sottobanco da Cavour in persona e, alla sua morte, dai suoi successori (mentre il Regno delle due Sicilie deteneva, all’epoca, il primato per numero di pubblicazioni/l’anno, giacchè vigeva la libertà di stampa, anche dei dissidenti – cosa che dopo l’unità d’Italia i savoia soppressero… )

Mi vedo, a un certo punto, Lino Patruno fare, dal tavolo dei relatori, cenno a qualcuno di avvicinarsi. Nella mia direzione. Mi giro: dietro di me non c’è nessuno. Allora è proprio con me. Mi avvicino: vuole che ripeta l’appello mattiniero ai miei coetanei. Ancora una volta esorto l’Omino a fare il suo dovere: l’Omino si lascia andare… e si prende la mano con tutto il braccio. L’Omino stava dando voce a quei pianti a dirotto, alla disperazione provata nel constatare quanto disgraziata è stata la mia terra e la mia genia, quanto dolore provo nel vedere la mia famiglia smembrata per questa dannata abitudine tutta meridionale di “cercar fortuna altrove”. Una via crucis infinita, per citare Lino (ormai, siamo compagni di brigata).

Il momento più bello ed emozionante della giornata però doveva ancora arrivare: due ragazzi, un ragazzo e una ragazza mi si avvicinano. Mi dicono “ci hai quasi convinti a restare”. Io penso che vogliano dire “ci hai quasi convinti a restare fino alla fine del convegno”… invece volevano dire “Ci hai quasi convinti a restare in Puglia“. Stavano meditando di andare altrove, come tanti. Tutti. Ma qualcosa in quel marasma di parole, che non ricordo neanche più, uscite dalla bocca dell’Omino nel cervello, li aveva “quasi” convinti a rimanere. Era dalla mattina che volevo piangere. E, anche se non se ne sono accorti, le lacrime mi son venute agli occhi: il desiderio più forte che ho ha preso la giusta strada dunque. Parlare al cuore dei meridionali, dei giovani, dei miei coetanei, delle donne: parlare della loro storia, delle verità nascoste e mistificate che persino grandi intellettuali e scrittori attuali ignorano quasi del tutto. Parlare della grandezza che si portano dentro, e del dolore che come popolo non abbiamo mai consapevolizzato

Quel che ci è stato fatto è un trauma, e come ogni grave trauma la prima reazione che ci ha suscitato è la rimozione: aiutati, ovviamente, dalla cinica e malevola volontà dei settentrionali allora (e in seguito) di cancellare l’onta degli orrori commessi, e nascondere tutte le sozzure dietro un paravento dorato di eroismo e patriottismo, di stigmatizzate figurine da fumetto, talmente semplici e stigmatizzate da non sembrare neppure reali (appunto). Non potevano dire che i piemontesi e i garibaldini avevano fatto i loro porci comodi, stuprando e mutilando donne in massa e ammazzando bambini in fasce, ardendo vivi uomini e donne e anziani e bambini nelle loro case, mentre loro se ne stavano fuori a guardarsi lo spettacolo mangiando i salami e i formaggi trafugati nelle cantine; non potevano dire delle fosse comuni, delle fucilazioni di massa e sommarie senza alcun regolare processo (e talvolta senza neanche un’accusa… degna di questo nome: bastava avere un pezzo di formaggio in più in tasca, o un casino con gli attrezzi per la campagna…). Non potevano dire degli uomini deportati in Piemonte che morivano di freddo, pidocchi e stenti, lasciati negli stanzoni luridi con le finestre senza imposte (cioè: restavano perennemente aperte) e con indosso le camiciole estive… loro che hanno avuto il barbaro coraggio di accusare i Borbone di inciviltà adducendo come prova le “false prove” della famosa lettera Gladstone sulle carceri di Ventotene… non potevano dire delle minacce e dei soprusi per falsare i Plebisciti che, secondo la storia ufficiale, sarebbero stati la conferma della partecipazione di massa (di massa????!!!) alla volontà di questo radioso Regno nuovo nascente… non potevano dire dei milioni rubati da Savoia e dallo stesso Garibaldi, e dei tesori razziati e deportati a Torino, della chiusura delle fabbriche e imprese pluripremiate al sud, per dirottare le commesse alle nascenti industrie del nord, inferiori fino a qualche anno prima, per personale operaio, dignità di diritti lavorativi, e prestigio internazionale. Non potevano dire dei primati del Regno Delle due Sicilie (di cui si parla approfonditamente nei post precedenti)… no.

Dovevano nobilitare quella lorda conquista in armi con la parola di “liberazione”: dovevano farci credere che feccia eravamo, noi meridionali, e più feccia siamo diventati dopo, con l’assurda (secondo i libri di storia) reazione di rivoluzione e resistenza che è stato il Brigantaggio postunitario (secondo la definizione di Molfese e non solo). Dovevano farci, oltre che vittime perdenti, anche stupidi, inculcandoci a forza, coi libri e le propagande adatte (vedi prima e seconda guerra mondiale, libro “Cuore” di Edmondo De Amicis, Fascismo) una verità falsa e infamante.

Che ci ha fatto crescere, per generazioni, con la convinzione di essere dei perdenti nati. Tanto atavica che anche quando si cerca di sollevare e unire il popolo meridionale e meridionalista di tutta l’Italia (perchè molti meridionalisti sono al nord) ti dicono: “mi fai tenerezza… non ne caverai un ragno dal buco”.

E io, qui, pubblicamente dico: che nell’anno in cui l’Italia vuol celebrare i 150 anni di quella sciagurata ipocrisia che è stata ed è l’Unità d’Italia (unità delle tasse, sarebbe meglio dire…), con tutta la retorica nauseabonda che, sapendo, ci siamo dovuti sorbire… sarebbe un’offesa alla memoria di Zitara, Pedio, Alianello, Crocco, Ninco Nanco e il Sergente Romano e di tutti gli altri che hanno urlato nel vento sordo la loro rabbia, anche quando restavano soli e inascoltati, anche quando le case editrici chiudevano i battenti e facevano terra bruciata loro intorno… sarebbe un’offesa, dico, se ci arrendessimo e rinunciassimo prima ancora di iniziare. Iniziare cosa…?

Una manifestazione, tutti insieme, tutti i meridionali che si sentono incazzati e offesi, tutti i gruppi meridionalisti, tutti i comuni oltraggiati (vedi Gaeta, Bronte, Napoli, Pontelandolfo, ecc.), tutti i discendenti dei Mongianesi, e gli imprenditori coraggiosi e meridionalisti (vedi Pippo Callipo), tutti gli scrittori e artisti ancora in vita che a questa storia hanno dato voce: Pino Aprile, Lino Patruno, Gigi Di Fiore, Antonio Ciano, Federico Pirro, Lorenzo Del Boca, Maria Rosa Cutrufelli, Michele Bisceglie, per non parlare di attori e cantanti e artisti come Mimmo Cavallo e altri… tutti uniti a Roma, per la metà di settembre, a urlare le nostre ragioni e il nostro dolore, a chiedere allo Stato Una Giornata della Memoria per le stragi, tutte le stragi condotte dai criminali di guerra (poi onorati dall’allora Regno d’Italia con la medaglia al valore… valore per aver sterminato senza pietà – parole di Cialdini – contadini inermi e disperati) … noi, che come gli ebrei abbiamo subito un olocausto e continuiamo, ignari, a subirne le conseguenze, abbiamo tutti i diritti di reclamare memoria nazionale per questi fatti orribili coi quali, da Paese Maturo e che vuole dire di essere unito, l’Italia deve fare i conti.

Se anche un solo scrittore tra quelli citati e non citati mancasse all’appello, sarebbe, a mio parere, come screditare da sè ciò che hanno essi stessi scritto: noi diamo seguito alle loro parole e lanciamo la sfida.

Se avete coscienza e apertura mentale, se avete cuore e pietà, se avete a cuore le sorti dell’Italia intera e la volete unita per davvero e non a barzelletta RISPONDETE ALL’APPELLO.

di Angela Teresa Girolamo

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2 thoughts on “Un giorno di consapevolezza, Luigi Angiuli, Lino Patruno e… Terronia

  1. complimenti! sono orgogliosa del fatto che cominci a muoversi “qualcosa” nella coscienza di tanti meridionali come me! sono anni che nella mia famiglia ci chidiamo QUANDO?!? ci accorgeremo che non siamo quello che vogliono farci credere….io mi definisco una terrona doc! cosa dire di più… noi ci siamo e ci saremo sempre! finalmente…

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