Disin-CANTO DEL SUD

Disin-CANTO DEL SUD O dell’- ESSERE O NON ESSERE (o SENTIRSI O NON SENTIRSI).. ITALIANO, QUESTO E’ IL DILEMMA

“Ahi serva Italia, di dolore ostello”- parole tristemente attuali e foscamente profetiche. La (nostra, ricordiamocelo ogni tanto) penisola non… trova pace e si dibatte da tempo immemore fra tumulti, più o meno clandestini, malversazioni, gestioni sospette e divisioni interne, nella vana ricerca di un assetto plausibile o quantomeno di una posizione confortevole. Come la famosa principessa della fiaba, sgraditi ospiti tra le lenzuola impediscono il confort necessario. Tra questi oggi fa la sua inaspettata apparizione il tetro spettro di una parzialmente inedita verità storica, temuta da molti come vero flagello e biblica piaga a cui scampare con ogni mezzo lecito e, soprattutto, illecito. Tacitare quello che sta emergendo da numerose ricerche recenti su quelli che sono i lati oscuri del Risorgimento, sembra essere diventato lo sport nazionale (in tempi di cocenti disillusioni/delusioni calcistiche..); tale costume, già abito inveterato di ogni Elitocrazia che si rispetti, rischia tuttavia negli attuali frangenti di rivelarsi mezzo improduttivo, nonché equivalente al solito -meschino- espediente di tentare di nascondere la polvere sotto il tappeto. Solo che la polvere non macchia- il sangue, invece, sì.. ( e si vede) Invece ispirati interpreti di un inossidabile senso nazionale molto opportunamente – o, dovrei dire, opportunisticamente – si affannano a ridimensionare il dibattito storico sollevato e l’incontrovertibile esigenza di chiarezza, smentendo ignobilmente il bisogno sacrosanto di fare luce su vicende poco chiare e poco conosciute al pubblico- dimenticanza colposa (o meritoria, dipende dai punti di vista..) da attribuirsi ad un’efficace quanto sospetta propaganda nazionalistica di lunga data. Per molti Gentiluomini (e Gentildonne, a pari merito..) di adamantino stampo Esiste la Versione Ufficiale- tanto basta, e quindi il conseguente motto è: Credere, Obbedire, e Insabbiare…- affannandosi a tentare di ridurre il tutto (mi riferisco in particolar modo, così per fare un esempio, alle accuse sollevate al libro ‘Terroni’ da certa eletta progenie crociana, forse dimentica delle stesse perplessità manifestate nella casa avita a proposito delle manovre del’61’ e dintorni..) ad una sorta di impune e farneticante pesce d’Aprile, per giunta in anticipo sui tempi e dunque innegabilmente – e doppiamente-, bisogna ammettere, inconsistente.

A modesto parere di chi scrive, invece, forse inopportuna/inconsistente, o non felicissima, potrebbe apparire ad esempio la data fatidica designata per i festeggiamenti, già al centro di sferzanti polemiche legittimiste. Forse qualcuno potrebbe malevolmente obiettare che infatti non si tratta della ricorrenza legata a una straordinaria ricomposizione di atavici conflitti nazionali, bensì all’assunzione di una sovranità illegittima (qualche fazioso parla addirittura di usurpazione, chiaramente esagerando..) da parte di una dinastia di dubbia provenienza a spese di uno stato sovrano, riconosciuto, pure imparentato a quelli per giunta, per non dire a spese di un intero popolo ignaro e, pare, alquanto recalcitrante alla libertà- la consueta ingratitudine e malevolenza che giustamente, per tradizione, si imputano e riconoscono ai meridionali. Trattasi dunque di Celebrazione, o forse come sarebbe più giusto e più corretto, di Commemorazione? (a titolo di parziale e non dovuta discolpa dell’elevato contenuto di vetriolo nel testo in via di elaborazione chi scrive ammette di essere costernato reduce da un recente approfondimento di studi storici risorgimentali a base di confortanti testi- tra cui il succitato ‘Terroni’, insieme a ‘Uniti per forza’ e ‘Controstoria dell’unità d’Italia’, per citarne alcuni – che lo hanno suo malgrado illuminato su una serie di particolari riguardo le modalità di ‘unificazione’, per così dire, del Paese che erano inspiegabilmente sfuggiti alla storia ufficiale ed agli attenti insegnanti a cui si deve la mia vasta preparazione e l’acume critico che intendo, a ragion veduta,-nel momento presente- mettere a buon fine…) A quanto pare infatti a voler prestare orecchio, e fede, a sparuti facinorosi disgraziatamente dotati di cocente favella e malaugurata affezione allo studio e all’approfondimento critico la storia del Risorgimento non sarebbe quell’esaltante epopea gloriosa che vorrebbero i testi canonici sull’argomento, epica altisonante in cui i Giusti si armano contro la barbarie e il bieco assolutismo, riuscendo al termine di cavallereschi scontri ad aver ragione dell’avversario ignobile e proclamando l’agognata unità della patria. Sembrerebbe invece che l’operazione, accuratamente pianificata e condotta con mezzi di discutibile ortodossia e legittimità, mirasse invece ad accaparrarsi le ingenti ricchezze custodite nel Regno delle Due Sicilie, piuttosto che affrancarne dalla schiavitù – o presunta tale- i sudditi oppressi. Che, pare inoltre, non fossero così oppressi come si vorrebbe far credere e se la cavassero piuttosto bene anche prima, e senza, la salvifica opera concertata, in un guazzabuglio di interessi, mire, ideali e intenti oscuri, tra sabaudi, garibaldini, statisti spregiudicati e burocrati infidi, faccendieri, manigoldi, idealisti (tra tutti i peggiori..) voltagabbana e cospiratori.

Leggete, ed inorridite, anche voi… Invece la Storia dei vincitori parla di liberazione dall’assolutismo e dall’arretratezza congenita del meridione, abitata da gente avvezza a sopportare fardelli inimmaginabili ed incapace quanto desiderosa di spezzare le catene borboniche. E si sa che una Storia, ripetuta a lungo , può diventare vera… Per dire invece dei vantaggi e delle innovazioni introdotte a seguito dell’unificazione dal nuovo governo illuminato a favore dell’ingrato popolo meridionale, cito a titolo di significativa quanto parziale testimonianza un brano tratto dal libro ‘Uniti per forza’ che riporta le parole del deputato pugliese Matteo Renato Imbriani in un discorso tenuto alla Camera nella seduta del 10 Maggio 1889 a seguito di un suo piacevole viaggio nella terra natia (parole dal sapore di un Ginsbergiano ‘Jukebox all’Idrogeno’ ante litteram..) :

Vengo ora dalla Puglia, e credo di poter parlare con alcuna competenza delle cose che ho visto. Ho fatto un pellegrinaggio di dolore e di affetto. Ho visto un intero popolo laborioso, onesto, dignitoso, che non chiede altro che lavoro, il quale dice: dateci lavoro sino alla morte; meglio morire sotto il peso del lavoro, che morire di miseria. Ho visto ricche industrie le quali non rendono più nulla; ho visto una miseria spaventevole, o signori. Il deputato Bonghi poc’anzi ne faceva la descrizione onestamente. Le sue deduzioni sono state diverse dalle mie, ma la vera condizione delle cose è quella che egli vi ha descritta. Lavoratori che lasciavano la marra, venivano sulla strada, e dicevano: con otto, con dieci, con quattordici soldi, che è la mercede giornaliera più alta, non si può vivere, non si può campare la famiglia. Sei centesimi di dazio consumo sul pane, undici sul vino, che cosa ci resta? La fame, la disperazione. E la fame era su quei volti squallidi, la disperazione in quegli animi (…) Però c’è un’armonia completa fra tutti i ceti; tutti consideravano comune la sventura; il contadino ripeteva: qui non c’è colpa da parte del proprietario; egli non può darci di più, perché non trova da vendere i suoi prodotti (…). Eppure questa gente così danneggiata, così malmenata, è venuta due volte a Roma ad esporre le sue miserrime condizioni. La prima volta è stata accolta con superba ironia, a loro è stato detto dal presidente del consiglio: Voi nuotate nell’oro. Ed essi hanno risposto: insultate anche la nostra miseria? Lo vedrete se nuotiamo nell’oro! La seconda volta loro è stata fatta una lezione di enologia ed è stato detto: dovete fabbricare dei vini commerciabili; la colpa è vostra se non sapete fare vini che si possono bere, se non riducete i vostri vini da taglio. Ebbene anche questa accusa era ingiusta; ci sono nelle Puglie stabilimenti enologici di prim’ordine. Eppoi, se il suolo dà quel frutto, quel frutto soltanto i produttori possono mettere sul mercato. E voi glielo avete chiuso questo mercato per servire la Francia! (…). Sapete qual è la condizione delle Puglie? Dopo aver profuso milioni in quelle terre, si passa l’aratro nelle vigne, le si lasciano incolte, non c’è produzione, e quello che ancor si produce, non si sa su quale mercato gettarlo! Io vi prego di andare in mezzo a quei popoli, e vedrete non cento, non mille, ma migliaia di facce squallide di donne pallide, scarmigliate, affamate, di fanciulli, di uomini affranti.

Questo è solo un misero esempio delle gaudenti condizioni in cui erano- e ahimè sarebbero a lungo rimasti (lecito il dubbio se non lo siano tutt’ora..) – ,all’indomani della liberazione dagli orrori dell’Ancien Regime, i pugliesi, eletto popolo meridionale divenuto, in gioioso coacervo con altri immeritevoli (DIS)-Graziati, Italiano! Finalmente strappato- al fango e sollevato- alla civiltà dalla mano santa sabauda efficacemente supportata da un manipolo di coraggiosi idealisti immacolati – anzi rossi, scelta quanto mai appropriata in quanto le camicie destinate agli addetti dei mattatoi argentini avrebbero comunque trovato una opportuna e non diversa applicazione in ‘casa’- gente salvata con innegabile entusiasmo ed incontenibile soddisfazione al doloroso giogo ed alla intollerabile prostrazione in cui loro malgrado- con(-TRO) ogni evidenza storica, come da più parti si sostiene- versavano, prima..

Per questo nobile, generoso gesto di disinteressata, pietosa, insperata- e soprattutto forse non richiesta- bontà sento il bisogno (per fare ammenda all’ingiustificato dissenso dei meridionali e al loro inspiegabile irrispettoso contegno) di dare – oggi- doverosa e contrita testimonianza di imperitura gratitudine!! Premessa dolorosa, ma necessaria. Dovuta- visto il vespaio di polemiche suscitato in vista delle celebrazioni per il cento cinquantennio dell’Unità, magari (ma io sono malevolo di natura, essendo meridionale..) architettato ad arte per rinvigorire sopiti interessi politici e rintuzzare illanguiditi consensi alla causa del caso, sviando l’attenzione da argomenti più subdoli e stringenti…Il problema tuttavia oggi sorge dal fatto che gli scheletri nascosti nell’armadio, insieme magari a quelli delle fosse comuni (questi ultimi forse irrefrenabilmente entusiasti delle celebrazioni incombenti e colti da insopprimibile desiderio di euforici festeggiamenti) manifestano, per imperiture quanto pericolose abitudini – strane inclinazioni- una pervicace tendenza a venire fuori nei momenti meno opportuni, facendo sorgere qualche illegittimo ma persistente sospetto nei confronti dell’edulcorata versione che la scuola, le istituzioni, l’ignoranza diffusa hanno contribuito a diffondere ed alimentare. E considerato che ai suddetti scheletri è stata dalla storia levata – valore sottrattivo del verbo- la voce (e qualche altra minuzia..) forse è giunto il tempo di levare – valore additivo- la voce, almeno per testimoniare un dolore, per esprimere il rammarico, per rivendicare una tardiva , ma necessaria, giustizia..

Cosa vuol dire essere italiani! ( nota tecnica: la frase va pronunciata col punto esclamativo in atteggiamento di pensosa riflessione). Io non credo voglia dire continuare a fare buon viso a cattivo gioGO, continuando a tollerare che l’inezia e l’ignavia la facciano ancora da padrone, e che la Ragion -di -Stato debba avere per l’ennesima volta preminenza sulla Ragione- e basta (detta in tutti i sensi del termine). Essere- e/o sentirsi italiano- dovrebbe, e potrebbe, costituzionalmente includere il diritto di reclamare- rivendicare- ed esigere dignità. Per se stessi, per coloro che l’hanno persa insieme alla vita, per ognuno senza distinzione di categoria. Dignità, parola desueta e disertata, a torto, di apparentemente scarso valore contrattuale. Eppure se è stata considerata tanto preziosa da giustificare in passato guerre feroci e cruente rivendicazioni, perché una tale necessità dovrebbe essere oggi considerata inappropriata? Perché tutto il fango gettato sul meridione e sui meridionali (a torto, per sovrapprezzo) non dovrebbe spingere alla pervicace richiesta – e persino alla pretesa- di un risarcimento emotivo?…, per cominciare.. Allora essere italiano per me significa non dover essere considerato o considerarmi più meridionale- nel senso peggiore del termine. E vergognarmi, perché così mi era stato insegnato ( di essere nato in una terra di scansafatiche, fancazzisti, incapaci, mafiosi camorristi e ‘ndranghetisti, falsi invalidi, dissipasoldi e mangi-a-sbafo, e buoni solo a farsi mantenere dalla parte virtuosa del Paese); nessuno si era preoccupato di parlarmi di antichi primati, di cultura millenaria, di operosità e ingegno disconosciuti, di reiterati torti inflitti ad ogni tentativo di rimettersi in piedi- da soli. Magari è una richiesta almeno legittima.

Essere italiano per me vuol dire, dunque, essere considerato e considerami meridionale- nel senso migliore del termine. Per elezione, non per disdetta o malasorte, figlio ritrovato di una terra abituata per lungo uso a celare, per proteggerli, i suoi tesori, finendo persino per dimenticarli essa stessa. Perché il meridione è terra della mia terra. La mia terrà è Italia, e non solo formalmente, o fastidiosamente, come alcuni vorrebbero. L’Italia dovrebbe essere tale ovunque, senza distinzione, altrimenti non lo è. Viene a mancare la sua condizione essenziale – identità, valori e fronte comune. Non possono esserci italiani con riserva, italiani declassati o surclassati- mezzi italiani, italiani di là e di qua, di su e di giù ( e qua si manifesta un celato intento gerarchizzante..) dell’Alta e della Bassa Italia (.. e qui l’intento si fa più sospetto ed insidioso..). Nel grottesco balletto tra italianizzanti e italianizzati è probabilmente mancato, e manca tuttora, il senso profondo dell’equità- il sentirsi pari in dignità e considerazione, diritti e doveri- l’essere uniti non per forza ma per volontà, o desiderio.. Non credo si possa continuare a fare spallucce fregandosene di aspetti che invece meritano attenzione e rispetto, soprattutto da parte di coloro che sono chiamati alla responsabilità e all’onore (così almeno dovrebbe essere) di rappresentarci e guidarci nelle istituzioni, che rappresentano il mezzo in cui in Democrazia (ammesso e non concesso che la nostra lo sia ancora..) il popolo esercita la sua sovranità. E il popolo rimane tale ovunque si trovi. Quindi per continuare ad essere Tutti- Italiani dovremmo innanzi tutto diventarlo tutti – a pari merito. È necessario cambiare, per mantenere l’Italia com’è; come si diceva in un libro non proprio estraneo all’argomento, ‘ se vogliamo che tutto resti com’è, bisogna che tutto cambi…’. Per quanto mi riguarda, posso solo dire questo: Se riconosciuto nella mia dignità Nel rispetto della mia identità di individuo e di cittadino ( e se ci si metterà una mano sul cuore, e l’altra al portafogli, come dovrebbe essere -giusto..)

Può darsi che alla fine non mi manchi, o non mi mancherà -Come invece mi è purtroppo mancata recentemente- Né la volontà- né il desiderio Di sentirmi, ed essere, italiano…

P.S.: Si fa un fervente discutere pure sulla bandiera nazionale. Chi la vuole- baciare- e chi ci si vuole nettare le terga in segno di rispetto. E devo dire che anche il sottoscritto, da furibondo sostenitore del colore nazionale è passato ad una fase di costernata indecisione (visto che all’ombra- in forza e in onore- di quel vessillo sono state compiute innumerevoli nefandezze a danno di concittadini, parenti e avi). Per sedare una volta per tutte la questione, Avrei un modesto suggerimento: il tricolore c’è e teniamocelo, se non altro per risparmiare sulle procedure di cambio vessillo (immaginate il casino su scala mondiale..); però, in omaggio anche alle intelligenti rivendicazioni che provengono da illuminati pensatori della Bassa (intesa come pianura, non come Italia, dato che da noi com’è noto scarseggiano intelletti raffinati), nutriti di aspirazioni indipendentiste e venuti su a filosofia teoretica e cassuola, -differenziamolo! Una bandiera per il nord e una per il sud. Ecco la geniale trovata: si ridistribuiscano i campi cromatici, così finalmente si capirà se uno è un Italiano del nord o uno del sud, e non sorgeranno incresciosi dubbi o fraintendimenti. Due Italie, due Bandiere- non è secessionismo, è buonsenso e salomonica equità- a ciascuno ciò che gli spetta. Mi spiego ( come la bandiera) meglio…

A quelli del nord, che sembrano trovare il verde di loro gusto, si lasci che questo invada gran parte della stoffa, spingendo il bianco un po’ più in là e lasciando solo una sottile striscia rossa a penzolare appena sopra il bordo- spodestata come si vuole spodestata un(‘altr-)a fastidiosa appendice succhia grana-si sa quanto gli avveduti amministratori nordisti siano avversi al rosso in bilancio. Si tengano pure allora quasi tutto il verde, e si sforzino di condividere il bianco – che è un colore neutro, ammiccante alla pace e Dio solo sa quanta ce ne vorrebbe- tollerando il rivolo rosso come necessaria epistassi anti salasso.

A noi del sud il verde ci venga ridotto al lumicino (tanto ne abbiamo… tanto! ad adornare il meraviglioso paesaggio che ci ospita). Ci teniamo volentieri pure noi il bianco, lo stesso colore di un assegno che non sarebbe male, né sbagliato, se qualcuno cominciasse a considerare di ri-consegnarci per risarcire almeno in parte gli anni – sofferti- e i danni -inferti – la cifra (se permettete..) la decidiamo, e scriviamo, noi. E la parte del padrone da noi la faccia il rosso! Sì, una bella fetta di rosso, intenso, acceso, sulla bandiera dell’Italia- versione Terrona; a ricordarci che essere ottenebrati dalla furia, dall’avidità, pure dall’idealismo conduce inevitabilmente alla rovina di qualcuno, a volte di tutti.. A ricordarci di avere passione, di non abbandonare il fervore e la determinazione quando si deve rivendicare un diritto e riabilitare una nazione.. A ricordarci pure i conti prosciugati, la cieca ferocia delle rappresaglie e tutto il sangue che è stato versato affinché si potesse fare, una volta per tutte, volenti o nolenti , a torto e/o a ragione, l’Italia…….

Contenti voi, contenti noi, contenti tutti. Ad Maiora

Una notte ventosa senza sonno di inizio Marzo

di Tony Capurso

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