150

Cuono Gaglione su Pontelandolfo e Calsalduni

Manca poco ormai. Poco a quella che forse sarà una festa. E forse no. Già il fatto che si sia trovato il modo per restare a lungo divisi pure su questo tema la dice lunga sullo stato delle cose. E rende tristemente attuali, con una nota di sibillina effi…cacia, le parole pronunciate dopo la sanguinosa unificazione dell’Italia: ‘l’Italia è fatta , ora bisogna fare gli italiani’. Solo che l’espressione è stata male interpretata, e letta come: ‘l’Italia è stata fatta, ora bisogna FARSI gli Italiani’.

E infatti, a quanto pare, a 150 anni suonati dall’evento il processo è ancora in corso d’opera e qualcuno si sta facendo qualcun altro con malcelata soddisfazione. Del resto, conoscendo anche superficialmente il corso storico del nostro Paese, non ci si sorprende. O, più verosimilmente, si è ormai stanchi di sorprenderci. Siamo ormai stanchi di sorprenderci di ogni bega, nefandezza, stortura, ingiustizia, iniquità che con incessante regolarità condiscono le nostre tavole a colpi di cannonate mediatiche. Che ci si possa sentire uniti, patriottici, quando gioca la Nazionale di calcio, e non si possa tutti insieme festeggiare, con uguale e soprattutto sano patriottismo, la ricorrenza dell’unificazione nazionale è un paradosso come solo in Italia, purtroppo, possono esistere. Le ricorrenze esistono per questo, affinché la memoria non si disperda, e il ricordo di grandi eventi, sia pacifici che tragici, ci raggiunga come insegnamento e come monito, perché l’orrore non si ripeta e si tenga conto del valore e del costo delle conquiste. Funzioni demodè in un tempo e in un posto dove sembra che l’individualismo sfrenato, il puro, disincantato e misero tornaconto personale, la politica dei c…i miei siano divenuti l’unica via possibile e praticabile. Io credo che ci sia molto di più di questo, e mi ostino a ritenere che oltre a qualcosa di marcio vi sia qualcosa di sano, che qualcosa dello spirito antico che ci impregna si ostini a sopravvivere, tentando di renderci migliori di quanto non riusciamo a credere. Per questo io credo nell’esistenza dell’Italia, nel valore della sua unità, nello sconfinato ed infinitamente prezioso bagaglio culturale, emotivo, storico che conserviamo impolverato nella cantina.

Per questo io ho deciso di festeggiare lo stesso, comunque vadano le cose. Voglio augurare buon compleanno al paese che mi ospita da quando sono nato, che nonostante – e malgrado- tutto mi ha adottato e mi ha regalato una lingua, una cultura, innumerevoli tesori e tanti dispiaceri..come solo qualcuno che ci è caro può fare..e lo farò senza troppo clamore, in modo forse semplice, banale, ma allo stesso tempo pregno di un valore simbolico emotivo, spirituale: a partire dalla vigilia del giorno della ricorrenza accenderò una candela alla finestra, o tre candele – una verde, una bianca, una rossa, con una piccola bandierina tricolore accanto- a significare che mi sento ancora, sempre e nonostante tutto, italiano..che rispetto il sacrificio di molti che in nome di un ideale hanno immolato quanto avevano di più caro, inclusa la vita.. che ho anch’io ancora voglia di credere in quell’ideale- per quanti sanno ancora distinguere tra nazionalismo e patriottismo- che ritengo prezioso un simbolo come il tricolore che tale ideale rappresenta ed incarna con dignità e contegno. E mi auguro che molti di voi facciano altrettanto. Che il 17 Marzo una costellazione di candele illumini i davanzali, e (che) chi può metta anche il tricolore alla finestra, a simboleggiare che nonostante le difficoltà, le avversità, gli ostacoli infiniti vi sono persone che non si arrendono. Che ognuno possa credersi ancora italiano, con quanto di più bello questo significa, ovunque ci si trovi nel mondo. Quel giorno- ma non solo quello, speriamo- dovunque sarà una candela accesa, una piccola bandierina tricolore, là sarà l’ Italia…

Questo l’avevo scritto prima che mi capitasse, per puro caso, per le mani un libro intitolato ‘Terroni’, a opera di Pino Aprile. L’ho lasciato così perché mi voglio ricordare del prima, e del dopo, di questo evento nella mia vita. Di quanto ero ingenuo, manipolato ed ignorante prima. Più o meno colpevolmente, dato che sull’argomento (ndr: Risorgimento ed affini) sapevo quello che avevo studiato a scuola. E, nonostante la mia proverbiale diffidenza non avevo subodorato (mi scusa forse solo l’età ancora acerba e l’esperienza implume..) alcun sotterfugio, tant’è che m’ero bevuto tutta la poppata senza colpo ferire. Scoprire che invece t’hanno fregato col servizio completo, rigirato come un calzino e messo a testa in giù (volevo dire al famoso ‘Quarto di giro’, ma mi è sembrato volgare e soprassiedo..) mi manda in escandescenze. Mi sento come il protagonista di Matrix quando scopre che il mondo che crede vero in realtà non esiste, e che invece è rimasto tutta la vita con una spina nel deretan a fare da caricabatterie ad un esercito di tostapane. Difficile da digerire, ancora di più da evacuare (considerato l’impedimento). Ora mi sento..diverso. Voglio dire: da una parte non so capacitarmi di come le cose possano essere andate come i testi che stanno disseppellendo passaggi/paesaggi oscuri raccontano. Dall’altra mi sento come sollevato, libero da un fardello che mi ero portato addosso tutta la vita. Mi avevano raccontato di un meridione da considerarsi terra di perdenti, incapaci, inetti ed ingrati. Atavicamente arretrata ed irrimediabilmente condannata alla sopravvivenza, al vivacchiare, al tirare avanti alla meno peggio. Della necessità di chinare la testa e fare ammenda per tali colpevolezze- destino di tutti i meridionali.

Io ci avevo creduto. Scoprire una realtà ben diversa mi fa uno strano effetto: è come se d’improvviso si fosse riaffacciato nello stomaco una sorta di atavico orgoglio, tirandosi dietro una cordata composta da dignità offesa, fierezza ritrovata, desiderio di riscatto, anelito di riabilitazione e, un po’ mi vergogno, sete di vendetta. Quest’ultima invece di (mal-)giudicarla ho deciso di guardarla meglio. E ho scoperto qualcosa, un altro tesoro. Ho scoperto che non volevo andare in guerra a fargliela pagare, ma desideravo semplicemente che si sapesse la verità, che venisse fatta luce e che si arrivasse a comprendere quello che era davvero successo. Non volevo- e non voglio- altro sangue, perché credo che ne sia stato già versato abbastanza. Troppo. La vendetta che voglio è la vendetta sulla storia. Perché, come qualcuno di attendibile ha detto una volta: la verità vi renderà liberi. Ed in questo momento mi sento libero come non mi sono mai sentito, prima, in vita mia. Finalmente, attraverso il passato , scopro ora il senso di ciò che sono; per capire chi sei, e dove vai, devi capire da dove vieni. Ed adesso mi sembra finalmente di vedere, di capire. O forse riesco finalmente a sentire qualcosa che prima avevo soffocato in me stesso, sotto la coperta della vergogna.

Sono in una fase di trasformazione. E guardo in maniera diversa al futuro. Per quanto riguarda il 17, non so ancora che sapore avrà per me quella giornata. Ancora fremo di indignazione per quanto ho dovuto apprendere. È stata forse la prima volta che alla lettura di un libro si è accompagnata la nausea e, cosa inconsueta ed addirittura inconcepibile per il sottoscritto, un segreto bruciore di lacrime. Trovo adesso, dopo un primo momento di rabbia, il modo di pensare con più calma. È una settimana che leggo come un forsennato e la lista dei libri, e delle iniquità, si è allungata in maniera considerevole. Credo che sia solo l’inizio, e mi sento invaso, ed invasato, da una voglia irrefrenabile di andare avanti, di scoprire ancora, di scoprirmi nuovamente..cosa farò Giovedì? Credo che accenderò lo stesso una candela. Lo farò con spirito differente. Sulla bandiera mi tengo in bocca un boccone di amaro scetticismo, e mentre soppeso la questione ho già messo mano alla penna (metaforicamente..) Non so se riesco a celebrare l’unità del mio paese, sentendo il bisogno di commemorare invece i tormenti patiti dalla mia terra. Ma la mia terra non è l’Italia? Dove inizia l’una, e finisce l’altra? Forse ci sono ancora troppi confini. Dentro. E deve passare il tempo, o la nottata. Nel frattempo, e nel dubbio, faccio quello che sento di dover fare in questo momento. Quello che mi appartiene. Nel frattempo, io scrivo…

di Tony Capurso

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